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Vinicio Capossela... il concertoRecensione Concerto di Cristina Loizzo Vinicio Capossela, Roma 7 giugno 2007 -
Un dolore acuto e affascinante trasuda dal legno degli strumenti e dalla voce.
Sono le 21.30 e Mario Brunello sale sul palco con il violoncello; subito dopo, un uomo dai pantaloni bianchi inseriti in stivali da cavallerizzo, si dirige verso il microfono, con indosso una camicia di forza dalle estremità non legate.
E' Vinicio Capossela, "intrappolato" nella camicia di Nasso, simbolo della nostra passione; reincarnato Michelangelo, ucciso dalla bellezza che crea e da cui non è stato messo a riparo, ne canta le "Rime", la cui naturale fisicità e musicalità le rendono "materia corporea".
Capossela, a volte come un sibilo, altre come rantolo o come urlo disperato, canta il lamento insito nella tensione alla bellezza, stretto nella passione e nell'amore, il cui desiderio di bellezza brucia e consuma anche la pelle.
Le prime tre Rime sono musicate da Philippe Eidel, incise qualche anno fa per il suo disco "Renaissance". Le altre sette sono frutto della volontà di Capossela di "cavare con l'arco il suono dal legno"; anche le luci rosse o violacee fanno della sofferenza la ferita viva che si materializza con le parole e la musica, capaci insieme di creare un momento poetico in cui non si è in grado di distinguere la poesia della parola da quella della nota.
La malinconia dei suoni si percepisce nell'imponenza del violoncello, che invade o accompagna silenziosa la flebile e profonda voce di Capossela. Il suono del theremin fa materializzare "gli spettri maligni" e le voci dell'"altrove", accompagnando come una litanìa molte delle composizioni proposte. La fatica, la tensione e la bellezza sono così palpabili da far trattenere il fiato all'ascoltatore, come per non disturbare.
E' la volta poi delle Lamentazioni, sette brani in cui il dolore si fa più malinconico e dolore di privazione. Due lamentazioni strumentali, poi Monteverdi e Bach; la voce di Capossela prende corpo e "coraggio", mentre lui, inginocchiato come in preghiera, canta senza tenebrosità. Il lamento è l'unico lenitivo, è "'l mal del foco che spesso il foco sana".
Seduto al piano intona l'inedita "Noli me tangere", ispiratagli dal dipinto attribuito al Pontormo. "Sono rinato alla vita per non poterti toccare. Sono con te, dentro di te, nella fede fidati". E respira.
Cristina Loizzo per LineaMusica
Giugno 2007
Fonte: Postato da: LineaMusica
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Immagini: Vinicio Capossela... il concerto
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