Mina su Whitney Houston

MINA SU WHITNEY HOUSTON
DALLE PAGINE DI VANITY FAIR IN EDICOLA DAL 15 FEBBRAIO


Addio, angelo – di Mina

Se ne vanno, vogliono andarsene. Un’altra tragedia, un’altra assurdità, un’altra assenza, un altro mistero. Non voglio sapere perché Whitney Houston è morta. Non ho voglia di legare, un’altra volta, un grande talento musicale a storie di droga. L’equazione «maledetta» che associa successo 
a fragilità, arte a depressione, applausi  a farmaci continua a perseguitare  un mondo che, solamente in apparenza, contiene solo privilegi.
Non fatemelo sapere, per favore, se fosse veramente così. Me la voglio tenere nella memoria come la vedo io: lunga, bellissima, brava oltre ogni misura. So poco della sua vita. E tutto della sua musica. Un angelo che canta in quel modo avrebbe meritato quello che ormai sembra un «premio» irraggiungibile: una esistenza consapevole, una vita felice. Lei ha veramente inventato un modo di cantare, per niente facile, che tutti hanno tentato di imitare. È diventata  il termine di paragone. La cartina  di tornasole. Il modello. L’inarrivabilità. 
E, come mi capita in casi come questo, non posso fare a meno di pensare a dove va a finire il talento di una persona quando questa persona smette di essere nella forma che conosciamo. Ma non è questo che conta. Se ne è andata. Whitney Houston aveva ancora da vivere per sé e per noi. Ha smesso  la sua vita e la sua sofferenza, e noi  ci terremo caro ciò che ci ha lasciato.

 

 

 

 

 

Fonte: Comunicato Stampa


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